Posted by: ilariaud on: 4 Novembre, 2008
Penso sia uno degli ostacoli principali di chi lavora in una ONLUS piccolina che non ha un approccio professionale (alemno non del tutto) al lavoro ed alla gestione delle risorse e delle persone. E’ quello che mi sta capitando ora. La mia presidente è molto contenta e soddisfatta, mi ha assunta proprio per dare un chiaro segnale che l’impostazione del lavoro e l’approccio generale sta cambiando, MA ci sono anche tutti gli altri… tasselli importanti nella memoria storica della ONLUS e molto… molto refrattari al cambiamento e che come reazione non solo non apportano le dovute correzioni alle impostazioni lavorative (non date da me ovviamente ma in linea con quello che faccio io) ma per contro sembra quasi che sbaglino di proposito o che per lo meno ci sia una buona dose di pressapochismo… quasi a dire “siamo andati bene così fino ad ora… perchè cambiare?”.
E su questo ci si deve lavorare… io cerco di pormi nel miglior modo possibile, ma non so… forse dovrei essere più incisiva? dovrei battere un po’ il pugno sul tavolo? Chissà… ci sto riflettendo… del resto io mi inserisco all’interno di equilibri lavorativi e personali che esistono da anni… come posso farlo senza risultare invadente? Come posso far capire che con un po’ di impegno da parte di tutti si possono migliorare di molto i risultati?
Ciao Ilaria. In risposta alle tue domande: penso che il cambiamento vada fatto un passo alla volta tenendo conto della realtà in cui operi.
Lavoro in questo ambito da circa due anni e sono ancora alle prime armi. I tuoi problemi li ho vissuti e li vivo anche io ma nel tempo mi sono resa conto da un lato che i mattoni che li compongono vanno via uno ad uno con grande lavoro di pazienza, dall’altro che questi ostacoli ci sono anche nelle altre organizzazioni, non solo nella mia e non solo in quelle piccole come la mia. Ci sono una miriade di variabili che si intersecano in questi casi e già avere una presidente come la tua che ti sostiene ed ha una visione professionale del lavoro è un buon inizio. Poi una volta che si conosce l’obiettivo a cui arrivare si cerca di raggiungerlo a tappe, con entusiasmo senza avere troppa fretta, con passi piccoli ma decisi e che si legano alla concretezza del posto in cui si lavora. Per me, ad esempio, un grande passo è stato iniziare a scrivere le lettere di ringraziamento senza che aRiportassero “oggetto “ringraziamento” ed a seguito due righe di cortesia. Sembra assurdo, ma dove lavoro, per il contesto in cui mi sono trovata a stare anche questo è stato una grande rivoluzione. Credo nella forza dei piccoli passi, che magari non produranno subito grandi scolvogimenti ma che più di tanti sconvolgimenti rendono stabile il cambiamento. In questo, credo anche nella bellezza del lavoro del fundraiser che non è semplicemente colui che “raccoglie soldi per una buona causa”ma è anche un educatore (come ben insegna il professor Melandri!). E’ questo ciò che mi affascina di questo lavoro: poter vedere realizzati i sogni, i valori, gli ideali nelle piccole cose concrete del lavoro quotidiano. Anche se a volte piombano addosso modi fare, comportamenti, modi di vedere che sembrano macigni insormontabili sulla strada che stai già faticosamente percorrendo.
Altre due cose che a me sono servite e servono tanto, poi, sono la formazione ed il confronto. (il Corso di alta formazione sul fund raising di Forlì ed il Festival del Fundraising in primis) perchè oltre ad avermi arricchito moltissimo ed avermi dato più sicurezza nel pormi nei confronti del lavoro e dei colleghi, mi hanno permesso di “portare a casa” esempi concreti che anche gli altri hanno potuto toccare con mano e che hanno inizato a vedere come cose possibili e non più “come la cosa da evitare, tanto siamo andati bene così fino ad ora”.
Un forte in bocca al lupo per tutto!
4 Novembre, 2008 a 6:22 pm
Ciao Ilaria,
correggimi se sbaglio: tu vorresti portare un approccio più… no chiamiamolo aziendale: “professionale” ed “efficiente”, ma incontri resistenze da una parte del direttivo e dei volontari. E così?
Credo che sia non normale non tanto nelle piccole onlus, ma proprio nel non profit italiano. O almeno questo è quello che ho notato nella mia brevissima esperienza, soprattutto di volontario; anche mi sono sbattutto e tutt’ora sbatto contro muri simili.
Credo sia ancora diffusa la convinzione che quando si vuol fare del bene basti l’intenzione, perché tanto un risultato lo si ottiene comunque. Quando sappiamo benissimo che “essere buoni” oggi non basta più; soprattutto non basta ai beneficiari dei nostri interventi.
Quindi, il consiglio che ti posso dare è: procedi a piccoli passi e portagli degli esempi; “guardate, questa altra onlus ha fatto in questo modo e ha ottenuto questi risultati…”. magari consigliali pure qualche blog o sito da andare a vedere.
A volte le rivoluzioni si fanno un passo alla volta…
un saluto e in bocca al lupo per tutto!